5 febbraio 2020 - mercoledì IV settimana del TO

Memoria di sant’Agata, vergine e martire, che a Catania, ancora fanciulla, nell’imperversare della persecuzione conservò nel martirio illibato il corpo e integra la fede, offrendo la sua testimonianza per Cristo Signore.


Agata, la nostra santa, che ci ha invitati al religioso banchetto, è la sposa di Cristo. È la vergine che ha imporporato le sue labbra del sangue dell’Agnello e ha nutrito il suo spirito con la meditazione sulla morte del suo amante divino.

La stola della santa porta i colori del sangue di Cristo, ma anche quelli della verginità. Quella di sant’Agata, così, diviene una testimonianza di una eloquenza inesauribile per tutte le generazioni seguenti. Sant’Agata è veramente buona, perché essendo di Dio, si trova dalla parte del suo Sposo per renderci partecipi di quel bene, di cui il suo nome porta il valore e il significato: Agata (cioè buona) a noi data in dono dalla stessa sorgente della bontà, Dio.

Dal «Discorso su sant’Agata» di san Metodio Siculo, vescovo

Mc 6, 1-6 Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d'intorno, insegnando. Parola del Signore.


Non è costui il falegname...

La pagina del Vangelo di oggi, ha bisogno di una premessa.

Tutti noi siamo condizionati dal giudizio degli altri e talora tale condizionamento è talmente forte da diventare rispetto umano.

Da qui nasce la domanda: come affronti tu, Gesù il condizionamento dei giudizi negativi degli altri? Come ci insegni ad affrontarlo?

Gesù è sensibile a quanto si dice di Lui. A Cesarea di Filippo, ad esempio, domanderà ai suoi discepoli: Chi dice la gente che io sia?

D'altra parte non è possibile lasciarci ingabbiare da ciò che gli altri dicono di noi. Il problema non è quindi, come non ricevere condizionamente, bensì come non esserne schiavi.

Partito quindi di là, Gesù se ne andò nella sua patria (Mc 6,1).

Spesso è più difficile il coraggio della fede dove si è molto conosciuti e la gente ci ha legato con giudizi facendoci sentire meno liberi.

La prima caratteristica del coraggio cristiano, dall'esprimere liberamente in pubblico la propria fede, viene dall'avere qualcosa dentro; le parole che si dicono non sono frutto di una lettura, bensì parole vissute.

Per questo, il salto di qualità richiesto è quello di essere con Gesù, di meditare la sua Parola, di ascoltarla, affinchè si radichi dentro di noi come seme nella terra.

Allora il coraggio della fede spunta, perchè dal seme, quando è ben radicato nella terra nasce il germoglio.

E' fondamentale stare con Gesù, fidandosi di Lui vincendo le proprie paure, e compiendo piccoli atti di fiducia in Lui.

sr M. Barbara

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