30 aprile 2020 - giovedì della III settimana di Pasqua - Solennità di San G.B. COTTOLENGO

A Chieri presso Torino, san Giuseppe Benedetto Cottolengo, sacerdote, che, confidando nel solo aiuto della divina Provvidenza, aprì una casa in cui si adoperò nell’accoglienza di poveri, infermi ed emarginati di ogni genere.


Nella sola Divina Provvidenza confidar deve l’uomo, sicuro che questa nel governo universale del mondo non manca, né mancherà mai; in questa si deve sperare, su di questa come su di sodo e immobile fondamento si deve poggiare, a questa pienamente affidarsi, e su di essa gettare ogni pensiero, desiderio e speranza, giusta l’importante avviso che ce ne dà il profeta: Getta nel Signore il tuo affanno (Sal 54,23).

Dai discorsi di san Giuseppe Benedetto Cottolengo




Dal Vangelo secondo Matteo - 25, 31-40

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere?  

Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me.

Parola del Signore.


Cinque di esse erano stolte e cinque sagge...

In questa pagina del Vangelo di Matteo vi è un forte contrasto: da un lato la scena gloriosa del giudizio: il Figlio dell’uomo, seduto nella gloria, accompagnato dagli angeli, dall’altro il povero che chiede da mangiare, da bere, un po’ di compagnia nella solitudine della malattia e del carcere. Ogni volta che avete fatto queste cose ad uno solo di questi piccoli, lo avete fatto a Me, il Re della Gloria.

Dio è misericordioso, ma chiaro nel giudicare, gli uni a destra, gli altri a sinistra, le cinque vergini sagge entrano, le cinque stolte rimangono fuori perché non hanno acquistato dai poveri, con le opere di misericordia, l’olio che fa ardere le lampade.

Ma chi sono veramente i poveri?

Il Santo Cottolengo aveva chiaro che i poveri rappresentavano Gesù.

Credere in Gesù, essere cristiani è credere che Lui incarnandosi si è unito ad ogni essere umano. Pur essendo molti siamo quindi un corpo solo in Cristo. Lui è il capo, noi siamo le membra, ecco perché l’opera di carità fatta ad un fratello è fatta allo stesso Cristo. Il Concilio lo afferma in Lumen gentium 7: «Il figlio di Dio.. comunicando il suo Spirito, costituisce misticamente come suo corpo i suoi fratelli, che raccoglie da tutte le genti. In quel corpo la vita di Cristo si diffonde nei credenti… Noi tutti fummo battezzati in un solo spirito pe formare un solo corpo (I Cor 12,13). …Noi tutti diventiamo membri di quel corpo e siamo membri gli uni degli altri (Rm 12,5)».

Questo diceva chiaramente il Santo Cottolengo:

Nella persona dei poverelli deve la figlia vedere Gesù Cristo.(DP.4)

Usate carità: contentate i poverelli. Voi ne siete le serve, e servendo loro servite a Gesù Cristo. (DP.82)

Se voi pensaste, e comprendeste bene qual personaggio rappresentano i poveri, di continuo li servireste in ginocchio. (DP.95)

Vi esorto e vi prego ad usare carità e pazienza verso i poverelli, ricordandovi che nel povero è rappresentata la persona di Gesù Cristo(DP.169)

E' Gesù che domanda, e tutti i poveretti sono la sua immagine, e tra loro non si può far distinzione come si farebbe in altri ceti d'uomini. Si distinguono i soldati dai non soldati, e si fanno altre distinzioni, ma in quanto ai poveri le distinzioni non si fanno, perché in ognuno di essi vi è specialmente Gesù. (DP.171)

Chi sa che fra i poveri che si presentano alla Piccola Casa non siasi già trovato o non abbia a trovarsi Gesù Cristo in persona; ma sia comunque, considerate nei poveri la persona stessa di Gesù Cristo, e siate tranquille, che non vi rincrescerà mai di soccorrerli e di aiutarli. (DP.189)

La carità, per il Cottolengo non è quindi filantropia. La sua opera nasce da un’esperienza, da un incontro con la persona di Gesù.

Dal Salvatore Gesù, di cui siete le serve nella persona de' suoi ammalati e de' suoi poveri, ha da venire la forza per compiere i vostri doveri; per sostenervi nel vostro genere di vita, e per progredire nella perfezione: io vi chiamo ciocote perché spero che ogni giorno vi inebriate d'amore nell'eucarestia, e quando c'è questo inebriamento non si sente più freddo. (DP.98)

Per il Cottolengo che oggi festeggiamo, infine, la carità verso i poveri non è affermazione di potenza, di capacità umana, importante è sentirci noi per primi poveri dinanzi a Dio, e a partire da questa consapevolezza, osare avvicinarsi ai poveri: “Poveri, poveri, sono la pupilla di Gesù Cristo, sono i suoi rappresentanti; chi voglia piacere a Gesù sa come fare; e si deve fare così: perché Gesù ce li raccomanda; e perché alla fin fine siamo tutti poveri innanzi a lui.” (DP.145)

sr M. Bruna



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