23 aprile 2021 - venerdì della III settimana di Pasqua

Nel monastero cistercense di Grottaferrata nel territorio di Frascati vicino a Roma, beata Maria Gabriella Sagheddu, vergine, che in tutta semplicità offrì la sua vita, terminata all’età di venticinque anni, per l’unità dei cristiani.

Gv 6, 52-59 Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».

Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.

Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao.


Parola del Signore.

... la mia carne è vero cibo ...

Capita di sentir parlare così a un bambino piccolo: “Sei tanto bello che ti mangerei”. Ovviamente, si scherza. Tuttavia, riflettendoci, si scorge un fondo di verità in questo modo dire. Si, perché mangiare significa introdurre qualcosa di buono (si spera) nel proprio corpo, assumere la natura e la vita del cibo, acquisire le sue proprietà benefiche. In un certo senso, implica una fusione tra il nostro corpo e la pietanza, tra la nostra vita e le caratteristiche del cibo. Quando vediamo un bambino tanto piccolo, contemplandolo respiriamo semplicità, innocenza, tenerezza, bellezza, trasparenza, delicatezza… tutte qualità che abbiamo perduto per strada, durante la crescita. Qualità che esercitano una forte attrazione su di noi, perché sentiamo mancanti. Qualità che vorremmo acquisire per osmosi. Per questo usiamo un verbo come mangiare senza tanto scandalizzarci nel pronunciarlo rivolgendoci a un bambino: non solo perché la situazione è giocosa, ma anche perché la parola perde ogni connotato violento. In questo caso mangiare vuol dire fondermi con la bellezza.

Il Vangelo di oggi si potrebbe riassumere così: Gesù è tanto bello che vuol lasciarsi mangiare. Non aspetta che siamo noi a chiederglielo: proprio Lui stesso si offre, con la Sua Carne e il Suo Sangue. Ci scervelleremo forse anche noi come i Giudei chiedendoci: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?» (Gv 6,52)? Ci scandalizzeremo nel ripensare alle parole di Gesù: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui» (Gv 6,56)? È innegabile, sono parole forti, inaudite. Probabilmente non ce ne rendiamo conto, dal momento che siamo cresciuti sapendo che il Pane e il Vino consacrati sono il Corpo e il Sangue di Cristo, anche se non lo possiamo vedere. Forse proprio perché non possiamo comprovarlo con i nostri occhi, quante volte ci si sarà insinuato nel cuore il dubbio: “Ma sarà vero”? Magari, il dubbio di un solo istante, a cui non abbiamo dato peso. Altre volte, forse, siamo stati più simili a San Tommaso, che se non vede non ci crede. Eppure, che noi ci crediamo o non ci crediamo, il Mistero insuperabile di un Dio che si è fatto uomo e che oggi continua a rimanere in mezzo a noi anche trasformando il pane nella Sua Carne e il vino nel Suo Sangue durante la Santa Messa, è verità.

Perché allora non percepiamo con i cinque sensi questo miracolo straordinario? Perché vediamo ancora il pane e il vino e, al contatto con il nostro corpo, sentiamo che l’ostia è ancora pane, ha l’odore e il sapore del pane, in bocca avvertiamo il leggero rumore del boccone di pane che, spostato dalla lingua, si muove per essere sciolto e assimilato? Tutto questo accade perché Gesù è delicato e non vuole scandalizzarci. Mi domando chi avrebbe il coraggio di accostarsi alla mensa eucaristica se vedesse ciò che accade ma non si vede. Chi berrebbe al calice se, invece del vino, vedesse sangue vivo? Chi si accoderebbe alla fila per ricevere un pezzo di carne?

La nostra limitata natura umana non è affatto pronta per comprendere interamente un mistero tanto elevato quanto quotidiano. Dovremmo piangere dalla gratitudine (e lo dico di me stessa in primis) nel pensare alla delicatezza amorosa di Gesù, che pur di entrare in noi per renderci belli come Lui, per restaurare in noi la Sua immagine che così spesso deturpiamo con il nostro male, ricorre all’espediente del Pane eucaristico. Avrebbe potuto usare altri mezzi? Certamente, ma questo è il più diretto. Dio si fa mangiare per guarirci da dentro. E si fa mangiare senza che noi neanche ci accorgiamo, rimanendo nascosto, tanto che ci dimentichiamo troppo facilmente di Lui.

Grazie Gesù, infinite grazie perché, nonostante la nostra incredulità e la nostra superficialità, Tu perseveri da più di 2000 anni nel farti imprigionare nel pane e nel vino per noi e Ti lasci mangiare.

Maria Chiara

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