13 settembre 2021 - lunedì della XXIV settimana del T.O.

Memoria di san Giovanni, vescovo di Costantinopoli e dottore della Chiesa, che, nato ad Antiochia, ordinato sacerdote, meritò per la sua sublime eloquenza il titolo di Crisostomo e, eletto vescovo di quella sede, si mostrò ottimo pastore e maestro di fede. Condannato dai suoi nemici all'esilio, ne fu richiamato per decreto del papa sant'Innocenzo I e, durante il viaggio di ritorno, subendo molti maltrattamenti da parte dei soldati di guardia, il 14 settembre, rese l'anima a Dio presso Gumenek nel Ponto, nell'odierna Turchia.


Molti marosi e minacciose tempeste ci sovrastano, ma non abbiamo paura di essere sommersi, perché siamo fondati sulla roccia. Infuri pure il mare, non potrà sgretolare la roccia. S'innalzino pure le onde, non potranno affondare la navicella di Gesù. Cosa, dunque, dovremmo temere? La morte? «Per me il vivere é Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1, 21). Allora l'esilio? «Del Signore é la terra e quanto contiene» (Sal 23, 1). La confisca de beni? «Non abbiamo portato nulla in questo mondo e nulla possiamo portarne via» (1 Tm 6, 7). Disprezzo le potenze di questo mondo e i suoi beni mi fanno ridere. Non temo la povertà, non bramo ricchezze non temo la morte, né desidero vivere, se non per il vostro bene. E' per questo motivo che ricordo le vicende attuali e vi prego di non perdere la fiducia.

Dalle «Omelie» di san Giovanni Crisostomo, vescovo



Dal Vangelo secondo Luca Lc 7,1-10

In quel tempo, Gesù, quando ebbe terminato di rivolgere tutte le sue parole al popolo che stava in ascolto, entrò in Cafàrnao. Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l'aveva molto caro. Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. Costoro, giunti da Gesù, lo supplicavano con insistenza: «Egli merita che tu gli conceda quello che chiede - dicevano –, perché ama il nostro popolo ed è stato lui a costruirci la sinagoga». Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa, quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo io stesso non mi sono ritenuto degno di venire da te; ma di' una parola e il mio servo sarà guarito. Anch'io infatti sono nella condizione di subalterno e ho dei soldati sotto di me e dico a uno: "Va'!", ed egli va; e a un altro: "Vieni!", ed egli viene; e al mio servo: "Fa' questo!", ed egli lo fa». All'udire questo, Gesù lo ammirò e, volgendosi alla folla che lo seguiva, disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!». E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.

Parola del Signore.

Anch'io infatti sono nella condizione di subalterno e ho dei soldati sotto di me...

Signore, non mi sono ritenuto degno di venire da te.

La preghiera del centurione nasce da un cuore profondamente umile, non è la preghiera di chi si ritiene giusto davanti a Dio e pretende il miracolo quasi come ricompensa al bene compiuto. La preghiera del centurione che non si ritiene degno di andare incontro a Gesù o di accoglierlo nella sua casa, ricorda la preghiera del pubblicano che al tempio si ferma a distanza e non osa neppure alzare gli occhi al cielo (Lc 18, 9-14).

Inoltre è preghiera vissuta in relazione, prima con gli anziani dei giudei, poi con gli amici che intercedono per lui presso Gesù.

Gesù non loda il centurione per le sue opere buone (ama il popolo, ha costruito la sinagoga) ma per la sua fede, per la grande fiducia che pone nella efficacia della sua parola.

La sua sensazione di inadeguatezza non gli impedisce di compiere un atto sincero di affidamento.

Il centurione sa di essere un subalterno e di avere soldati e schiavi sotto di sé e proprio per questo riconosce in Gesù il Figlio, subalterno del Padre che a sua volta con una sola parola detta può agire tramite i suoi inviati.

Chiediamo oggi al Signore di accrescere la nostra fede perché possiamo anche noi implorare guarigione e salvezza per tanti fratelli che giacciono ammalati.

sr M. Bruna

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