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1 maggio 2023 - lunedì della 4a settimana di Pasqua

San Giuseppe lavoratore, che, falegname di Nazareth, provvide con il suo lavoro alle necessità di Maria e Gesù e iniziò il Figlio di Dio al lavoro tra gli uomini. Perciò, nel giorno in cui in molte parti della terra si celebra la festa del lavoro, i lavoratori cristiani lo venerano come esempio e patrono.


Quando uomini e donne per procurare il sostentamento a sé e alla famiglia, esercitano il proprio lavoro così da servire la società, possono giustamente pensare che con la loro attività prolungano l'opera del Creatore, provvedono al benessere dei fratelli e concorrono con il personale contributo a compiere il disegno divino nella storia. I cristiani pensano che quanto gli uomini hanno prodotto con il loro ingegno e forza non si oppone alla potenza di Dio, né creatura razionale sia quasi rivale del Creatore. Sono persuasi che le vittorie del genere umano sono segno della grandezza di Dio e frutto del suo ineffabile disegno.

Dalla Costituzione pastorale "Gaudium et spes" del Concilio ecumenico Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo.


 

Mt 13, 54-58 Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: "Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?". Ed era per loro motivo di scandalo.

Ma Gesù disse loro: "Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua". E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.


Parola del Signore.


Ma essi, udito che era vivo e che era stato visto da lei, non  credettero.
Non è costui il figlio del falegname?

"Non è costui il figlio del falegname?". Così leggiamo nel Vangelo di oggi che vuole fare memoria di san Giuseppe come patrono dei lavoratori. Possiamo immaginare come Gesù lavorasse insieme a suo padre, come abbia imparato da lui, nella sua crescita di vero uomo il significato della fatica che accompagna la realizzazione del bene e che lo accompagnerà sempre di più nella sua missione di annuncio del Vangelo e poi nell'ora della Passione. Possiamo chiederci cosa può aver vissuto Giuseppe lavorando accanto a Colui che è il Verbo, "per mezzo del quale tutto è stato fatto" e che lavorava con lui, "con mani di uomo", come un operaio qualunque! Come S. Giuseppe avrà conosciuto per primo, nell'esperienza quotidiana, la dignità trascendente della persona che lavora e come si sarà conservato libero dalla preoccupazione eccessiva per il guadagno e dall'affermazione di sè nel lavoro, cercando invece la giusta retribuzione per il mantenimento della sua famiglia.

Anche in monastero il lavoro ha il suo posto e la sua importanza. L'ozio è il padre dei vizi, mentre il lavorare con le nostre mani ci aiuta a rimanere nella presenza del Signore, a rendere saldo il cuore nella preghiera e a vivere in comunione con il creato e con tutti i fratelli e le sorelle. Anche in monastero vigiliamo per non cadere nell'efficientismo e dare sempre il primato alla vita nello spirito e nella serenità.

La perdita del lavoro che colpisce tanti fratelli e sorelle nel nostro tempo ci spinge a pregare san Giuseppe, perché si trovino nuove strade e si rivedano le priorità della vita sociale.

sr Maria Daniela

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